Il bluff delle plus size

Se questa è una plus size… 

Cover di "Elle" francese
Cover di “Elle” francese

Non vi è mai capitato di leggere articoli o guardare foto di donne comuni oppure modelle, personaggi dello spettacolo, la cui plus-sizetudine viene sbandierata ai quattro venti, sbattuta a caratteri cubitali in prima pagina e poi… Poi si tratta di donne con un filetto di pancia. È quando la filosofia del plus size diventa un bluff. Campagne pubblicitarie figlie di un buonismo ipocrita e dannoso,  fatte a uso e consumo di tutti quei brand e di quei media che, in realtà, del plus size vero non ne vogliono sapere. In quei casi, non so cosa mi trattenga dallo spaccare a mazzate il televisore o il pc, oppure di bruciare la rivista.

Sarò un’ingenua a sognare di sfogliare un catalogo di case di moda con modelle realmente in carne – e non semplicemente curvy. Già, perché, se proprio è necessario fare una catalogazione delle diverse tipologie di corporatura, allora bisognerà iniziare col dire che curvy e plus size non possono essere sinonimi. Insomma, non si può spacciare una donna con la taglia 46 per una donna abbondante. Non trovate? Le rotondità e il sovrappeso sono due cose diverse. Eppure, sembra che l’industria della moda e i media (che sono finanziate dalle aziende) non abbiano egualmente a cuore le donne formose e le donne con diversi chili di troppo. Se non ci fosse la cantante Beth Ditto – e poche altre icone come lei – si potrebbe quasi dire che i grassi  non esistono sulla faccia della terra. Non esistono perché non sono rappresentati da nessuno. A differenza di altri modelli di donna, spesso affatto positivi.

Beth Ditto sulla cover di "Love"
Beth Ditto sulla cover di “Love”

Dall’altra parte c’è il problema – sempre più globale – di contenere il sovrappeso e la diffusione dell’obesità tra la popolazione, trattandosi di fenomeni dannosi sia per l’individuo che ne è affetto, sia per l’intera collettività. È noto, infatti, che curare i soggetti con obesità ha un’incidenza cospicua sui costi a carico delle aziende sanitarie pubbliche. Quindi, non si può nascondere che la promozione di stili di vita non salutari abbia un effetto diseducativo sulla società. Sottopeso e sovrappeso, dunque, vanno messe tutte sullo stesso piano. Ma, è pur vero che, talvolta, chi è in carne o sottopeso è in piena salute. La linea tra giusto e sbagliato, tra sano e patologico è talmente labile che operare una dicotomia netta diventa complicato, se non impossibile. Non si può che valutare la questione caso per caso.

Certo è che finché il sovrappeso sarà considerato esclusivamente come un handicap, chi ne è affetto non si sentirà mai motivato a modificare la sua condizione. Bisognerebbe considerare anche le ripercussioni psicologiche dell’essere una taglia 54, andando oltre gli aspetti puramente medici. Per diffondere con successo l’adozione di uno stile di vita sano, che non deve obbligatoriamente mirare al raggiungimento del peso forma, bisognerebbe creare le condizioni favorevoli affinché le persone in sovrappeso si sentano amate, apprezzate, pienamente consapevoli di sé e delle proprie potenzialità, stimolate e incoraggiate. Come si può essere sereni con se stessi, determinati, magari, ad abbracciare una vita sana, se il mondo attorno a noi non fa altro che puntarci il dito contro con fare discriminatorio?

Ecco perché è nato Fatty Fair. Per abbracciare, come tante altre blogger in tutto il mondo, la missione di donare (e donarsi) la motivazione di cui si ha bisogno per affrontare la propria condizione che, troppo spesso, viene vissuta con vergogna, ansia e rabbia. Qualunque sia il vostro percorso di vita, qualunque sia il vostro corpo, la “storia” del vostro peso o i vostri obiettivi, dovete, dobbiamo, chiedere a gran voce considerazione, integrazione, rispetto. Che la nostra condizione sia giusta o sbagliata, siamo pur sempre esseri umani. È questo il grande cambiamento, seppure graduale e di nicchia, di cui si stanno facendo carico tante persone raccontandosi nei blog e rappresentando tutte le persone che fanno parte di questa “comunità” o che, in qualche modo, se ne sentono parte. Fatty Fair vuole seguire la stessa corrente ed è ansioso di conoscere i suoi lettori, sentire le loro storie e fare qualcosa. Qualcosa che, seppur possa risultare frivolo, riesca realmente contribuire ad accrescere l’autostima e la forza di ognuno. Ma anche a cambiare questo clima da inquisizione.

E voi che ne pensate?

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