Il meglio deve ancora venire. O è stato già preso?

Dramma in atto unico.
Scovo un volto nuovo nel mio entourage di contatti, un gran figo. Scopro che abbiamo un appuntamento in comune. Gli scrivo un messaggio carino per preparare il terreno. Arriviamo nel luogo x.
Lui mi saluta da lontano e viene verso di me.
Spingendo un passeggino.
Con la consorte al seguito.

Ne ho un altro.
Vecchia conoscenza, apprezzamenti reciproci sui social. Incontro casuale di sabato sera. Chiacchieriamo a lungo, mentre il ghiaccio del mio Moscow Mule tintinna nel bicchiere a ogni risata, fino a sciogliersi del tutto.
Ci raggiunge una donna.
I due erano stati a cena insieme.
Se ne vanno mano nella mano.

E un altro – l’ultimo, giuro.
Tipo travolgente e con ottime credenziali, si approccia agli incontri senza impegno con forte impegno morale.
Sposato.

Le mie aspirazioni di incontri ravvicinati con la fauna maschile sono prigioniere di un diabolico sistema binario:
gli piaccio ma non ricambiomi piace ma è occupato.

All’ottimismo cieco e  de
“Il meglio deve ancora venire”
io ribatto con un catastrofico
“No, se l’è già preso un’altra”

In questa congiura probabilistica, mi sento come un superstite naufragato su un’isola deserta che scala la vetta più alta per scrutare il territorio dall’alto, nella speranza di trovare forme o tracce di vita umana attorno a lui. E non ne trova.

Questo è un po’ il riassunto delle mie frequentazioni (desiderate). Ma se è capitato a chiunque almeno una volta di invaghirsi di qualcuno già felicemente accoppiato, io comincio a sospettare che la statistica ce l’abbia a morte con me. Sarà che a scuola l’ho sempre snobbata e ora gli sta salendo, agguerritissimo, il sentimento di revanchismo.

Oppure, la statistica se ne sta buona e tranquilla a casa sua. E, forse, la verità è che, alla soglia dei 30 anni, è normale che veda molte pedine scomparire dalla scacchiera.
Cadono, una dietro l’altra, preda di qualche regina che ci ha l’occhio lungo e il passo svelto.

E io, cazzo, non so nemmeno giocare a scacchi.

foto: www.weheartit.com
foto: http://www.weheartit.com

Per evitare di inciampare quotidianamente nella vita di coppia altrui, mi sono messa a fare un po’ di pulizie generali dei miei contatti Facebook. Questa primavera-estate è stato tutto un turbinio di selfie coi baffi hipster ai matrimoni, fotazze di spedizioni punitive a Formentera per addii al celibato ad alto contenuto testosteronico, svezzamenti in presa diretta con rigurgito a sorpresa che alza il tasso di share.

Non datemi della rosicona. Le mie parole sono scevre di qualsivoglia giudizio.

E, a ben vedere, le cose stanno diversamente. Molto diversamente.

Degli scacchi non me ne è mai fregato niente.

Semplicemente: anche quando avevo una vita di coppia, al “per sempre insieme” non ci pensavo.

Lo immaginavo e basta. Mantenendo le dovute distanze. Perché, in fondo, mi sento estremamente lontana da tutto questo. Certezze sul futuro non ne ho mai avute, tanto meno l’urgenza di progettare la vita fino all’epigrafe sulla mia lapide.

La gente attorno a me fa scelte importanti:
si sposa, va a convivere, fa figli.
Le mie opzioni di scelta, invece, si riduco a:
1) cenare da sola sul divano coi cani
2) strafogarmi di tartine e Spritz con le amiche

Eppure, c’è stato un tempo in cui mi avviavo a piccoli passi verso queste svolte della vita. Solo un anno fa, mandavo al mio ragazzo annunci di case in affitto e foto di mobili salva-spazio. Poi, un giorno ho detto “caro amore, ciao per sempre” e non se n’è fatto più niente.

Com’è che si passa nel giro di pochi mesi dagli appuntamenti con gli agenti immobiliari e il mio lui, alle nottate fatte di sogni delicati e ronfate fragorose, felice di starmene stravaccata da sola in un letto matrimoniale finalmente tutto per me?

Lo si fa – ed è giusto farlo – quando c’è bisogno di una svolta personale.

E io desideravo una svolta che fosse SOLO per me stessa.

In una vita che mi descriveva sempre al plurale – fidanzata con, figlia di, collega di… – sentivo premermi dentro un irrefrenabile bisogno di autodefinirmi al singolare. In meno di un anno, ho modificato tante cose nella mia vita e altre stanno ancora mutando.

E sento che è questo il meglio che stavo aspettando.
Seguire le MIE priorità.
O, più sinteticamente, ME STESSA.

Perché – al di là della facile ironia, dei cliché, degli schemi sociali in cui tendiamo a ingabbiare le nostre vite – il meglio che può capitarci è capire che siamo noi stessi il meglio che questa esistenza può darci. Qualunque cosa ci riservi la vita.

Chi non si ha, non ha nulla.
Desidera tutto
e non gli basta mai niente.

Nel frattempo, anche se non sono andata ancora a vivere da sola, i mobili salva-spazio sono arrivati. Subito dopo la rottura, mentre mi godevo il mio primo viaggio da sola, i miei genitori mi hanno fatto una sorpresa: un nuovo arredamento per la mia camera. Che comprende un armadio super capiente e un letto con cassettone contenitore.

Questa simbologia casuale mi fa piangere lacrime di commozione, oggi che riesco a dare un senso a tutto ciò che è stato.
E mi restituisce la netta consapevolezza che si è trattato più di una rivoluzione interna (mia) che di un restyling dell’arredamento.

Prima lo spazio mi preoccupata molto. Mi sentivo imprigionata, strizzata a forza dentro spazi sempre troppo piccoli, troppo inadatti a contenere me stessa e tutte le mie “cose”.

Mi disperavo, non riuscendo a capire come organizzarlo quello spazio che avevo, come dare degna sistemazione alle “cose” piccole e grandi, necessarie e inutili.

Ma, ora, il problema è risolto. E non solo dentro la mia stanza. Anche dentro me stessa.

Se il meglio deve ancora venire non lo so.
Mi accontento del buono che ho.
E chi si accontenta gode.
In effetti, devo dire che non mi manca proprio niente.

E sarà lieta
E sarò grata
Nell’avere
Quello che non mi dai

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5 thoughts on “Il meglio deve ancora venire. O è stato già preso?

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